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domenica 10 luglio 2011

SE CHI CERCA LE ARMI CON I RADAR E' LO STESSO CHE LE TRASPORTA....UNA BREVE CRONACA.

La Nuova Sardegna 6 Giugno 2011

Giallo su dove sono finite le armi di Zhukov


Portate in un sito segreto dopo il trasferimento a Civitavecchia su un traghetto di linea. Guardia del Moro liberata per la Nato o le armi sono state trasferite per un possibile misterioso utilizzo
LA MADDALENA. La magistratura seguirà la sua strada: definirà i profili di responsabilità, verificherà l’eventuale violazione delle procedure di sicurezza e chiarirà chi e perché ha deciso il trasferimento delle armi, che nel 1994 erano destinate al mattatoio dei Balcani, dall’isola-bunker di Santo Stefano a Civitavecchia su traghetti passeggeri invece che su naviglio militare. Un’operazione che, al di là della sua compatibilità con norme e regolamenti, appare a dir poco non ortodossa se non addirittura molto discutibile. E che apre inevitabilmente un fronte politico.
Le prime reazioni di alcuni parlamentari sardi come Gian Piero Scanu e Giulio Calvisi, ma anche le preoccupazioni espresse dal presidente della Regione Ugo Cappellacci sono infatti il segnale chiaro di un ritorno di attenzione sulla questione più generale della presenza militare nell’isola. Un dibattito che aveva raggiunto toni acuti e momenti di confronto anche ruvido negli anni scorsi tra la Regione e il governo e la Difesa, ma che si è poi progressivamente affievolito.
Negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi, per dire la verità, con l’inchiesta aperta dalla procura di Lanusei sulle attività nel poligono interforze del Salto di Quirra e le sue pericolose ricadute sul piano ambientale e della salute pubblica. E hanno alimentato legittime preoccupazioni alcuni episodi inquietanti, come la presenza di personale militare iraniano nel poligono di Teulada per testare l’elicottero da combattimento Mangusta. Circostanza smentita dal comando militare della Sardegna che ha però tenuto a chiarire che le attività all’interno dei poligoni dipendono direttamente da Roma.
Il caso del trasferimento delle armi sequestrate all’oligarca russo Alexander Borisovic Zhukov è però anche la premessa di un giallo politico-militare ancora tutto da chiarire. Prima di tutto: si sa che migliaia di kalashnikov, di razzi e di missili sono partiti dal deposito-bunker di Guardia del Moro, a Santo Stefano, ma non si conosce la loro destinazione. Perché, poi, questo trasferimento è stato deciso proprio ora, cioè a sei anni dalla sentenza della Cassazione che assolse per difetto di giurisdizione Zhukov e altre nove persone, tra le quali l’imprenditore greco Kostantinos Dafermos, il trafficante ungherese Gedda Mezosy e l’ex agente del Kgb Anatolij Fedorenko, considerato in stretti rapporti con la Solnetsevskaja (Brigata del Sole), uno dei più potenti clan della mafia russa?
La magistratura respinse la richiesta di Zhukov di riavere indietro l’arsenale sequestrato (per un valore di decine di milioni di dollari) sulla Jadran Express perché, al di là del mancato riconoscimento della responsabilità penale degli imputati, le armi erano destinate alle fazioni in lotta nella ex Jugoslavia e quindi era stato forzato, illegittimamente per il diritto internazionale, il blocco imposto dall’Onu.
La magistratura torinese dispose quindi la distruzione dell’immenso arsenale che era stato stoccato nelle gallerie sotto roccia di Guardia del Moro. Ma nessuno ha fino a oggi provveduto ad eseguire l’ordine. Quelle armi sono rimaste così conservate a Santo Stefano, quasi a legittimare l’utilità del deposito, proprio mentre si scatenavano furenti polemiche sull’opportunità di dismettere Guardia del Moro e restituire i terreni ai legittimi proprietari.
Ecco dunque la prima domanda che attende una risposta: perché le armi non sono state distrutte? Ma aprendo gli archivi e rileggendo con attenzione il caso della Jadran Express, si scopre che forse merita un approfondimento anche il trasferimento delle armi da Taranto a Santo Stefano, subito dopo il sequestro. Sì, perché pare che, come è accaduto nelle scorse settimane, la Difesa anche allora si sia rivolta a un’impresa privata specializzata nei trasporti. Da qui il dubbio che anche negli anni Novanta, il trasporto dell’arsenale possa essere avvenuto non su naviglio militare, ma su traghetti civili di linea.
C’è poi la domanda forse più importante: dove sono state realmente trasferite le armi di Zhukov? Problema non secondario, questo. Ma ogni risposta apre nuove domande. Per esempio: se sono state destinate alla distruzione si deve capire perché lo si fa proprio ora, 17 anni dopo il sequestro e sei anni dopo la sentenza della Cassazione.
Se invece sono destinate a essere stoccate in un altro deposito nella Penisola, ne consegue in logico interrogativo: perché si è deciso di sgomberare le gallerie di Guardia del Moro? Forse si è deciso di destinarle a un nuovo utilizzo, visto che è stata già presentata la domanda di rinnovo della servitù militare che scade nel febbraio del prossimo anno? E se sì, c’entra qualcosa il crescente interesse della Nato per creare un presidio nell’arcipelago maddalenino come si è appreso nei mesi scorsi da alcune indiscrezioni?
C’è infine un’ultima ipotesi che però probabilmente non potrà mai avere una risposta. Ipotesi fantasiosa, si dirà, ma che ha qualche imbarazzante precedente storico. L’ammiraglio Fulvio Martini, che diresse il servizio segreto militare (allora Sismi), ammise in un’audizione davanti alla Commissione stragi del Parlamento il 6 ottobre 1999: «Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di stato in Tunisia, mettendo Ben Alì alla presidenza e sostituendo Bourghiba, ormai senescente, che voleva fuggire». Insomma, un “golpe morbido” voluto e organizzato dal governo Craxi e attuato proprio dal Sismi. Martini usò molta prudenza, ma comunque ammise nella sostanza i fatti. Rivelando così l’esistenza di quella politica parallela, occulta, che si sviluppa fuori dai canoni dell’ortodossia diplomatica ufficiale. Per la verità, uno 007 italiano che partecipò al golpe in Tunisia, nome in codice G-71, parlò di un colpo di stato con momenti anche cruenti, anche con il ricorso alle armi. Tutta questa premessa per ipotizzare un possibile, ipotetico, utilizzo delle armi di Zhukov in uno scenario internazionale. Magari nell’area africana.
Le rotte segrete delle navi della morte negli anni ’90

Il pentito della ’ndrangheta Fonti ha parlato ai magistrati di altri viaggi della Jadran Express

LA MADDALENA. Anni bui, di traffici e di trame, gli anni Novanta. Le armi sequestrate al petroliere Zhukov vengono da quella stagione nella quale le acque del Mediterraneo erano solcate da navi-cargo cariche di fucili, razzi, bombe e scorie nucleari. Un commercio oscuro che alimentava guerre sanguinose ai Africa e nei Balcani e risolveva i problemi di spregiudicate aziende che smaltivano rifiuti tossici a basso costo. Con le inconfessabili complicità dei servizi segreti di molti governi.
La Jadran Express, per esempio, non fece solo quel viaggio nel quale, nel marzo del ’94 venne bloccata nello Stretto di Otranto. Ne parla infatti anche il superpentito della ’ndrangheta Francesco Fonti che ha raccontato alla magistratura il grande business delle armi e delle scorie.
Così disse Fonti: «Le armi erano 75 casse di kalashnikov, 25 casse di munizioni e 30 di mitragliette Uzi. All’inizio del 1993 furono caricate in Ucraina, dalla fabbrica “Ukrespets Export”, a Odessa, a bordo della nave Jadran Express che batteva bandiera maltese, affittata per mio conto..... La Jadran Express fece scalo a Trieste, dove le armi furono quindi caricate su due camion e trasferite nel porto di La Spezia, luogo in cui furono trasbordate dentro un capannone portuale, in attesa di essere reimbarcate sulla nave Mohamuud Harbi».
Le armi finirono poi in Somalia e consegnate alla fazione di Ali Mahdi. Era i traffici sui quali stava indagando la giornalista del Tg3 Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo del 1994.

In questi oscuri affari sembra essere entrata un’altra nave, la Lucina, che nel luglio del 1994 fu teatro di una terribile mattanza nel porto di Djendjen, in Algeria: i sette uomini dell’equipaggio vennezo sgozzati e sparirono 600 tonnellate di carico. Secondo alcuni testimoni oculari, quella nave era a Capo Ferrato, in Sardegna, il 2 marzo del ’94, quando sparì un elicottero della finanza con due militari a bordo. Forse fu abbattuto.
Ma la storia di queste navi della morte viene continuamente cancellata e riscritta. Semplicemente cambiando nome. La Jadran Express, per esempio, oggi si chiama Hrvatska e batte bandiera croata. E la Lucina, dopo essersi stata chiamata Pepito oggi è la Joanne I e batte bandiera panamense. (p.m.)

06/06/2011




La Nuova Sardegna 5 Giugno 2011

Missili su navi passeggeri, aperta l’inchiesta


La Procura di Tempio avvia un’indagine formale. Il ruolo del Genio militare

GIAMPIERO COCCO E PIER GIORGIO PINNA
LA MADDALENA. Missili, fucili mitragliatori e razzi a bordo di due traghetti: la magistratura di Tempio avvia un’inchiesta. Con l’apertura di un fascicolo giudiziario per «atti relativi» sulla notizia anticipata ieri dalla «Nuova Sardegna».
In estrema sintesi, si parla del trasferimento - tra il 18 e il 20 maggio scorso - di un maxi-arsenale da tempo confiscato perché finito al centro di traffici clandestini internazionali. Prima con un «trasloco» dall’isola-bunker di Santo Stefano, dov’era stivato dal 1994, al porto passeggeri della Maddalena. E poi da lì a Palau, Olbia, Civitavecchia.
Tutto con l’ausilio di due normali navi di linea cariche di sardi e turisti, una della Saremar e l’altra della Tirrenia. In una situazione che Marisardegna definisce «senza pericoli».
«Le cariche erano inerti, già disattivate prima della partenza, a bordo non è mai arrivato alcun tipo di esplosivo», aggiungono infatti i vertici regionali della Marina.

A dare il via agli accertamenti e ai riscontri con estrema tempestività è stato ieri mattina il sostituto procuratore della Repubblica Riccardo Rossi, lo stesso magistrato che indaga sulle bonifiche mancate nell’ex arsenale della Maddalena. Dal suo ufficio di Tempio avrebbe già preso contatti con il Comando di Marisardegna. Trovando le prime conferme sulle modalità usate per il trasporto e su chi ha diretto l’intera operazione, classificata come «riservata» dalle autorità militari. Che avrebbero, stando alle prime indicazioni, agito alla luce del sole, senza discostarsi dai protocolli di sicurezza previsti per questo genere di trasporti.

Il magistrato ha però chiesto formali spiegazioni a livello ufficiale su tutti i particolari della missione. Così i prossimi giorni, sotto tutti questi profili, si riveleranno certamente cruciali.
Ma di più, nel frattempo, non è dato sapere. Dalle prime indiscrezioni trapelate sembra che molta parte delle verifiche sia legata all’accertamento del livello di responsabilità nella missione. Il comando dell’intera operazione - dopo le disposizioni della magistratura di Torino che aveva ordinato la distruzione delle armi stivate nelle gallerie di Santo Stefano fin dal 1994 -, sarebbe stata affidata all’Esercito, piu precisamente al Genio militare.
Invece la Marina - «padrona» di casa lungo i moli e nei tunnel nell’isola-bunker, una enorme polveriera dove da anni sono stivati esplosivi, armi e munizionamento bellico - avrebbe fornito all’Esercito soltanto il necessario e indispensabile supporto logistico. Mentre il trasporto, la scorta e la sorveglianza del convoglio - fanno sapere da Cagliari - sarebbero avvenuti utilizzando mezzi e personale specializzato dell’Esercito.
Ma qual è la destinazione finale delle armi, che qualcuno vuole siano rimaste a poca distanza da Civitavechia, all’interno di una base militare, in attesa delle disposizioni finali sulla loro sorte? Ancora non si sa.

Ci sono invece particolari sullo stoccaggio fatto a suo tempo. Nei rapporti redatti dall’autorità giudiziaria di Torino, che aprì l’inchiesta sul gigantesco traffico scaturito dal blocco navale della Nato istituito nel Canale d’Otranto dove incappò la nave carica di armamenti russi destinati a rifornire i belligeranti della ex Jugoslavia, s’indicò un’impressionante quantità di pezzi e munizionamento.

Ecco l’elenco esatto: 30mila kalashnikov, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori AK 47, 400 missili terra-aria filoguidati con annesse 50 postazioni di tiro, 5mila razzi katiuscia. Non si sa se tutto questo materiale bellico abbia fatto parte del carico finito nei quattro container. Ma in fondo il problema è un altro: stabilire che cos’è finito con esattezza nelle stive delle due navi passeggeri.


L’enigma del deposito di Guardia del Moro

La Marina non lo vuole cedere: chiesto il rinnovo della servitù

Ora è considerato di importanza strategica, ma nel 2003 venne offerto alla Us Navy L’interesse della Nato


LA MADDALENA. Sul deposito sotterraneo di Guardia del Moro c’è una verità sfuggente e indecifrabile. Un qualcosa di non detto che va oltre i formalismi della tecnocrazia militare e le retoriche enunciazioni di principio del ministero della Difesa. Non si tratta di fumose teorie dietrologiche, ma a dirlo è la stessa storia recente del sistema di gallerie, che si sviluppa nel ventre dell’isola di Santo Stefano. D’altra parte, negli ultimi quarant’anni sono stati proprio i fatti a dimostrare che alla Maddalena può benissimo applicarsi la fulminante battuta che lo statista inglese Winston Churchill fece sulla storia russa: «Si tratta di un indovinello, avvolto in un mistero all’interno di un enigma». E la storia di Guardia del Moro è tutto e il suo contrario. L’unica costante è che deve mantenere le stellette. Non importa se delle forze armate italiane, degli Stati Uniti o della Nato.
Secondo un documento riservato della Us Navy, in codice R.g.i.s., filtrato nel 2005 dal Comusnaveur (il comando della Us Navy per l’Europa), lo stato maggiore italiano (Italian defence general staff) offrì nel marzo del 2003 alla Us Navy Guardia del Moro. Nel documento si legge infatti che il ministero della Difesa italiano (indicato con la sigla ModI) aveva messo a disposizione della Marina americana anche l’intero comprensorio di Santo Stefano, incluso il tunnel del deposito di munizioni sottoroccia.

Quindi, Guardia del Moro non era considerato più indispensabile per la Marina. Ma, appena un anno dopo, ecco l’incredibile dietro-front. Il 13 dicembre di quell’anno, infatti, davanti alla Commissione Difesa della Camera, l’ammiraglio Paolo La Rosa, parlando del deposito munizioni di Guardia del Moro, disse: «Il suo valore strategico risiede nel fatto che esso è l’unico, tra tutti quelli in uso, in grado di rispondere pienamente a tutti i requisiti operativi logistici». Come dire: non dismissibile perché indispensabile per la Marina.

Indimenticabile, in quell’occasione, la gaffe di La Rosa. L’ammiragio disse infatti che la Difesa avrebbe corrisposto una cifra consistente per indennizzare il proprietario del sito: 893mila euro per il quinquennio 2007-2011. Al Comune della Maddalena sarebbe andata metà di quella somma, cioè 446mila euro. Peccato, però, che le cifre reali avevano tre zeri in meno... Per quella servitù la Difesa paga una umiliante elemosina ai proprietari e al Comune.

La famiglia Serra, proprietaria dell’isola, chiese allora l’esproprio dei 63 ettari e mezzo di Santo Stefano, rivendicando una somma notevole: quasi 13 milioni di euro. Negli anni Ottanta i Serra avevano aperto un contenzioso con il ministero della Difesa per l’isola “scippata” nell’interesse superiore della Nazione. Ebbene, il tribunale di Cagliari nominò un perito per fare una valutazione dei terreni sottoposti a servitù. Nel 1988, il tecnico dei giudici attribuì ai terreni lungo la costa di Santo Stefano il valore di 40mila lire al metro quadro e 20mila lire per gli altri. Calcolatrice alla mano, si arrivò a una somma molto vicina ai tredici miliardi di lire di allora. Quella cifra, secondo la rivalutazione dei coefficienti Istat, nel 2007 corrispondeva a dodici milioni 781 mila 326 euro.

Ma quell’anno accadde l’incredibile: ci si accorse infatti che la Difesa aveva dimenticato di rinnovare la richiesta di imposizione della servitù. Il 7 marzo, almeno teoricamente, il deposito di Guardia del Moro tornò quindi nella disponibilità dei suoi legittimi proprietari e si arrivò al paradosso che la Marina occupava abusivamente spazi privati. Fu allora che, dal punto di vista politico, si creò uno strappo - sul quale l’allora presidente della Regione Renato Soru ha sempre glissato - con il governo “amico” di centrosinistra che sposò in pieno le tesi della Marina e negò a Soru la restituzione di Santo Stefano e, quindi, delle gallerie di Guardia del Moro. Enrico Letta e Francesco Rutelli si schierarono con il governatore, ma questo non bastò. Come nel luglio del 2008 fu inutile il ricorso della Regione al Consiglio dei ministri, presieduto allora da Berlusconi.
Dopo qualche settimana anche il Tar riconobbe la legittimità della servitù, decretandone il rinnovo quinquennale. La servitù perciò scadrà nel febbraio del prossimo anno. E proprio qui sta la novità di questi giorni. Secondo alcune voci, per non incappare in imbarazzanti querelle, la Marina ha già chiesto un ulteriore rinnovo quinquennale della servitù.
Resta in piedi sempre la stessa domanda: perché la Marina tiene tanto a Guardia del Moro? Per ospitare, come dice, i nuovi missili Aster-15 e Aster-30? Illogico, visto che la flotta italiana è oggi concentrata nei porti di Taranto, La Spezia e Augusta e cioè a centinaia di miglia da Santo Stefano. E allora?Il dubbio è che il deposito debba essere restituito a chi lo ha costruito: la Nato.

05/06/2011

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